giovedì 5 febbraio 2015

Glenvion, di Alessandro Falzani

Alessandro Falzani, 32 anni di Vacri, in Abruzzo è autore del fantasy Glenvion, ad oggi il fantasy italiano più scaricato su smashwords, e di Lorian l'epic fantasy che per quasi due mesi è rimasto nei primi 3 posti della top 100 Amazon fantasy. 

A febbraio uscirà il suo ultimo lavoro "un horror fantasy a cui ho dedicato questi ultimi sei mesi".

Si racconta così:
Mi piace il fantasy, leggere e scrivere sul genere e sta per uscire la mia terza pubblicazione.. .spero di continuare a fare bene e un giorno meritare i complimenti che mi stanno facendo: ho tanto da migliorare, tanto da dare, ma anche tante idee che spero di poter mettere a frutto. 

Alessandro Falzani su Amazon


Glenvion, capitolo 22

Johan si avviò per primo, quando fu il suo turno Patrich esitò, ciò che si vedeva attraverso l’apertura nel pavimento gli ricordava l’immagine che si era fatto del cosiddetto buco nero, non si distingueva nulla, non un ombra né un volume, per quanto ne sapeva calandosi sarebbe potuto precipitare nel vuoto così come essere proiettato in un mondo parallelo. Stava divagando troppo con la fantasia, fece un bel respiro e si accodò agli altri. Calarsi nel ventre della torre era arduo e pericoloso, questo lo comprese presto. Nell’oscurità non poteva che affidarsi agli altri sensi, al tatto principalmente. Scendeva appoggiando la mano destra alla parete, questa curvava avvolgendosi su se stessa. I grandi mattoni che la formavano erano piuttosto ruvidi, freschi, a tratti polverosi, gli interstizi abitati talvolta da insetti che gli sembrava di sentir correre lungo la parete, a volte con ribrezzo sulla sua stessa mano. Discendeva con estrema attenzione disponendo un solo piede per gradino, aveva infatti constatato, perdendo quasi l’equilibrio, che il punto di appoggio era di circa venti centimetri. Il suo unico pensiero era come riuscire a scendere senza precipitare e per di più al buio; era impossibile proseguire per oltre settanta metri in quelle condizioni. Nell’oscurità aveva udito un suono familiare che non identificò subito, con sorpresa vide una spirale di fuoco percorrere la torre in circolo, segnandone ogni livello e rendendo i gradini visibili. Stefano, l’ultimo a chiudere la fila, aveva azionato un accendino e accostandolo ad una fessura della parete, originato una fiamma che correndo lungo una fuga posta tra i mattoni e le grosse pietre ora illuminava l’intera scalinata. Un brivido di paura misto a stupore percorse il ragazzo, i gradini consistevano in grossi mattoni incastonati lungo il muro circolare che costituiva il perimetro della torre. Gli sembrava di camminare lungo un passo giapponese, non in un giardino ma sospeso nel vuoto, nessun corrimano, né protezione. Dopo esser sceso di alcuni livelli si era abituato al pericolo e poté manifestare lo stupore che fino ad allora era stato oscurato dalla paura; lo spettacolo della gradinata e la spirale di fuoco che l’illuminava l’avevano incantato, si trattava di una visione semplice, eppure imprevista.
«Cavolo! Quest’atmosfera è davvero surreale. Lo spazio è riempito dal silenzio, le mura sembrano irradiare pace. Questo posto è straordinario!»
«Mantieni la concentrazione, gli incidenti non sono mancati negli anni scorsi e alcuni sono morti precipitando da quest’altezza. Non dare nulla per scontato» lo rimproverò Stefano che lo seguiva controllandone i movimenti.
«Patrich, abbiamo parecchi minuti prima di giungere in fondo, credo tu abbia altre domande da farmi.»
Il ragazzo percepiva un senso di irrequietezza in Johan, come fosse impaziente di dargli le ultime informazioni di cui necessitava, ma era così preso da quel posto, tanto da tralasciare per un attimo la realtà.
«Perché non mi racconti di mio padre, qual era il suo ruolo nell’ordine? Come vi è entrato a far parte?»
Johan inclinò leggermente la nuca e senza voltarsi rispose seccamente.
«Mi dispiace, ma non è questo il genere di domanda a cui mi riferivo.»
«Me lo aspettavo, infatti non era questa la mia domanda più importante. Ma dovrai dirmi a cosa sono indispensabile e perché proprio io. Da chi o che cosa mi state proteggendo e perché?» concluse il ragazzo con un tono di voce stranamente calmo. «Tu ci servi, perché…sei la naturale evoluzione della nostra razza. L’autoespulsione che ci permette di sopravvivere ha un limite e noi lo stiamo raggiungendo, il tuo è molto più in là del nostro. Tuo padre lo ha capito da subito, sin dalla tua nascita, ma ha aspettato che tu crescessi abbastanza da poterne avere le prove. Ti ha sottoposto a innumerevoli prelievi ed esami al fine di poter isolare e ricreare l’alterazione genomica che ti contraddistingue, per generare un antidoto che funzionasse su di noi. Ci era andato molto…vicino.»
Patrich arrestò il passo, di colpo il viso, prima rilassato, si era fatto cupo.
«Quindi  non sono mai stato male, non ho mai avuto il tumore, mi ha mentito per tanto tempo!»
«Sciocco! Lo ha fatto perché non aveva altri modi! Cosa avrebbe detto a tua madre? Chi gli avrebbe creduto? I tuoi nonni forse?» urlò Johan, fermandosi e girandosi per la prima volta.
Anche gli altri si arrestarono, Lucio e Roberto, voltandosi anch’essi verso Patrich davano con lo sguardo la medesima giustificazione, ma fu Emmanuel a scuotere definitivamente la mente del ragazzo.
«Sei proprio un ingrato! Con tutto quello che abbiamo passato ci definisci bugiardi, non ti rendi proprio conto che sei come noi?! Puoi far finta di non capirlo ma alla fine non hai altra via di uscita, se non la nostra: soffrire per rendere felici gli altri e alla fine morire, nell’anonimato. Questo è il destino dei cavalieri, per questo siamo nati e per questo soltanto dobbiamo morire!» concluse Emmanuel visibilmente provato.
Il silenzio scese pesante, nessuno trovava il coraggio di parlare. Avanzarono. Quanto più si avvicinavano alla base della torre tanto più il freddo diveniva penetrante, l’odore di umido si faceva insistente, coprendo quello della fiamma che sino ad allora li aveva accompagnati lungo la discesa, si percepiva però nell’aria che risaliva dal basso un odore diverso, di fumo e cenere. Gli occhi di Patrich si andavano ormai adattando all’oscurità, poté scorgere dettagli che sino a poco prima non aveva messo a fuoco: piccole incisioni sulla pietra, frasi, dediche d’amore, pensieri, desideri. Tornò alla cruda realtà: seppur non volesse ammetterlo Emmanuel aveva ragione, era come loro e forse ne avrebbe condiviso il destino, tuttavia non poteva ammettere che lo trattassero in quel modo.
«Ragazzi e tu Emmanuel, fermatevi» tuonò con convinzione.
«Capisco tutto, ma non vi permetto di definirmi un ingrato, né uno sciocco. Io non so quello che avete passato?  Voi non sapete nulla di me se non quello che vi è stato riferito. Mio padre mi ha mentito e questa è la realtà. So io se e quando accettarla. Quanto alla storia dei cavalieri se sono qui un motivo c’è, ditemi ciò che devo sapere e cosa devo fare» concluse amaro.
Questa volta nessuno controbatté.
«Siamo arrivati» troncò di netto Eddy, impedendo così che la discussione si prolungasse oltre.
Patrich scese l’ultimo scalino accedendo così ad un’ampia stanza circolare, le pareti di pietra erano spoglie, ornate solamente dai gradini che ne fuoriuscivano e risalivano la torre. La spirale di fuoco che ne seguiva il percorso, giunta a terra s’inseriva in un binario scavato nei mattoni, correva lungo il pavimento fino ad un enorme focolare che occupava il centro della stanza. Qui, a contatto con della polvere la fiamma aveva innescato un maestoso fuoco, l’odore di legna bruciata e cenere che risaliva la torre si originava lì. Patrich notò come ogni cavaliere si muovesse in una direzione precisa, deciso, come avesse uno scopo, un compito. Eddy alimentò il fuoco con della legna che prese da un mucchio ordinato in un angolo della sala, Emmanuel estrasse due fiaccole dalle basi che le sorreggevano, ai lati del focolare, le immerse nelle fiamme. Ne depositò una dove l’aveva trovata, con l’altra accese dieci fiaccole disposte ordinatamente lungo la parete. Per un attimo Patrich si sentì sollevato, il tepore del fuoco sul viso ne migliorò temporaneamente l’umore. Durante la discesa non si era reso conto di essere quasi in ipotermia. Ora che la stanza era illuminata si guardava intorno alla ricerca di maggiori informazioni, lungo il muro erano disposte delle sedute ricavate dalla roccia, le seguì fin dove terminavano, a pochi metri dalla scalinata. Notò Johan che attraversava la stanza, gli passò davanti apparentemente senza notarlo e si diresse verso la parete retrostante l’ultimo gradino, quando l’ebbe raggiunta scomparve. Osservando fissamente Patrich notò che vi era una fessura piuttosto grande, una sorta di piccola caverna doveva esser stata ricavata negli enormi massi, difficile da vedere. La luce delle fiaccole non riusciva a raggiungere quell’area e si chiedeva se l’assenza di una fiaccola proprio in quel punto avesse una ragione precisa. Alcuni istanti dopo Johan riemerse trascinando un grosso forziere disposto su quattro piccole ruote. Lo sforzo era evidente, Patrich gli si fece incontro, afferrò un manico e cominciò a tirare, l’oggetto era terribilmente pesante, si sorprese di come Johan fosse riuscito a muoverlo anche di un solo centimetro. L’uomo gli rivolse un sorriso. Si fermarono vicino al focolare, in quella posizione tutti potevano vederlo. Un velluto rosso lo proteggeva, gli angoli erano coperti da spesse protezioni di cuoio. Un grosso lucchetto ne custodiva il contenuto. A prima vista la chiusura non sembrava antica quanto il forziere, anzi era sicuramente recente. Johan protese la mano verso il ragazzo come in attesa di qualcosa, Patrich lo osservò spaesato; non aveva idea di cosa volesse.
«Allora, vuoi darmi o no la chiave?» chiese impaziente.
Patrich restò impietrito, pensava fosse inutile persino chiedere di quali chiavi si trattasse, tanto era ovvio che non le avesse.
«La chiave di casa tua, qui vicino! Non dirmi che l’hai lasciata lì!»
Adesso Patrich era veramente sconcertato: se aveva capito bene, la chiave di casa sua, quella stessa chiave, apriva ben altro. Non disse una sola parola, lentamente mise la mano in tasca e la estrasse, la osservò alcuni secondi, quindi la consegnò a Johan. «Pazzesco.»
Questi introdusse la chiave nella serratura e girò. Uno scatto lasciò intendere che il contenuto era infine accessibile.
«Non essere così sorpreso Patrich. La chiave che per anni ha aperto le porte di casa Martens è la stessa che protegge queste reliquie straordinarie. Tuo padre, Marc, era il custode del forziere e adesso io ne ho preso il posto. Spetta solo a me aprirlo, la decisione grava sulle mie spalle, quando il momento giunge e non vi è altra soluzione, quando il male torna forte e va represso. Oggi è la sedicesima volta che viene aperto in tutta la sua storia di centinaia di anni, questo è il forziere personale di Carlo quinto, racchiude tutta la forza e la storia dei Cavalieri del Toson d’oro.»
Così dicendo tolse il lucchetto e aprì. A copertura del contenuto vi era un velo rosso con stampata l’effige che ormai Patrich aveva impressa nella sua mente.
«L’effige che finora non sapevi spiegare è questa. La prima e unica, voluta da Carlo quinto: è l’emblema dei cavalieri del Toson d’oro o Cavalieri del Vello d’oro, se preferisci, è per questo oggetto, non l’effige ma ciò che ritrae, che tutto è iniziato, solo per questo tu e noi ora siamo qui.»
D’improvviso una insaziabile curiosità si era impadronita del giovane, voleva assolutamente togliere quel velo e scoprire cosa celasse ma, con sua stessa sorpresa, si fermò. Di colpo. Bloccò la mano e la ritrasse, quasi richiamato da una forza misteriosa; aveva compreso che non era ancora giunto il momento. Se davvero voleva arrivare sino in fondo doveva conoscere ogni significato storico, ogni particolare, in fondo riguardava anche lui.
«Su, dimmi Johan, c’è bisogno che te lo chieda? Cos’è questo Vello d’oro, è forse qui sotto?» chiese con espressione tirata il ragazzo.
«No, no Patrich, magari lo fosse. Allora ogni nostro problema sarebbe risolto. Ma non è così, purtroppo. Tu sei qui proprio perché devi aiutarci a trovarlo. Il Vello d’oro che l’emblema rappresenta è in realtà il manto dell’ariete d’oro, il mitico Crisomallo, l’ariete capace di volare. Secondo la leggenda tutto ebbe inizio in Tessaglia, durante il regno di Atamante e la storia riguarda la sua famiglia. Il re ebbe due figli dalla prima moglie Nefele, la ripudiò per una mortale e si sposò per la seconda volta. La nuova regina odiava profondamente i suoi figli, li invidiava al punto di tentare di ucciderli. La dea Nefele tuttavia vegliava su di loro, riuscì ad inviargli un ariete d’oro in grado di volare che li prendesse e li portasse via. Durante il tragitto uno dei fratelli morì, il sopravvissuto invece, Frisso, giunse sino alla Colchide, precisamente alla città di Ea. Qui sacrificò l’ariete, lo scuoiò e donò il manto d’oro al re di quel luogo. Da allora il mito segue diverse strade ma quello che importa e che. . .esiste davvero» concluse Johan.
Patrich fu perplesso, il racconto era interessante ma al di là del possibile valore economico non comprendeva in che modo potesse interessare loro. Johan ne anticipò la domanda.
«Ti stai chiedendo perché lo cerchiamo? Semplice. Esso possiede straordinarie proprietà curative. Nelle cronache riguardanti il regno del re Eete sono riportati vari episodi di miracolose guarigioni. Abbiamo motivo di credere che guarisca non solo le persone comuni, può rendere anche noi davvero immuni a tutto. Quello che sto dicendo è che possiamo usarlo per rigenerarci, così da evitare la saturazione. Questo è il motivo per cui i Cavalieri del Vello d’oro sono nati, per cercarlo e custodirlo, per diventare più forti e salvare l’intera razza umana, senza per questo sacrificare la loro stessa vita. Non è forse il migliore dei propositi?» squillò Johan.
Il discorso lo infervorava, Patrich ne osservava gli occhi, fieri, speranzosi, stanchi. Aveva compreso le ragioni di suo padre, il suo compito gli era chiaro, avrebbe trasformato il bagliore di speranza che leggeva negli occhi dei cavalieri in una luce accecante, avrebbe trovato il vello, se quello era il desiderio di suo padre, lo scopo di una vita, lui lo avrebbe reso realtà.

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